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Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.

Ritorna di attualità l'eterna diatriba sulla gratuità dei contenuti online, in particolare del servizio Google news. Google, attaccato pesantemente dalle assoziazioni di editori, sta studiando un sistema di micropagamenti che permetta agli utenti di continuare, con investimenti limitati, ad usufruire del servizio, garantendo nello stesso tempo delle revenues anche a giornali ed editori autori dei testi. Le questioni aperte sono tuttavia molte: abituati alla gratuità del servizio, quale sarà la reazione degli utenti? Perchè far pagare per articoli che sui rispettivi siti sono a libera fruizione? Google news, di fatto, non è che un aggregatore di notizie già liberamente fruibili altrove: il modello gratuito è utilizzabile se il lettore arriva direttamente sul sito del giornale, ma diviene rapidamente indigesto se si passa attraverso Google news?

Il 18 maggio un articolo su Xinmin Zhoukan, settimanale cinese, riportava la storia di Wang Shui, un abitante della provincia di Henan finito in carcere per aver criticato su internet il governo locale. Queste poche righe hanno catturato la mia attenzione: sarà un luogo comune ma l’idea che qualcuno possa accedere ad internet in Cina criticando addirittura le istituzioni faceva a pugni con la mia immagine stereotipata della tigre asiatica. Ma è il prosieguo dell’articolo a risultare piuttosto soprendente: il professore Zhang Hebing, docente di legge e scienze politiche all’università di Pechino, asseriva tranquillamente che nel caso del signor Shui non si potesse parlare di diffamazione perché tale reato non può essere chiamato in causa nel caso delle istituzioni. Udite udite perfino in Cina pare sia legittimo criticare l’operato del governo (il buon professore si rifaceva direttamente all’articolo 41 della costituzione!). A conferma di ciò il giornale, definendo il web come il canale più democratico per esprimere il proprio parere, chiudeva l’articolo citando i casi di diversi enti pubblici che si sono organizzati per leggere e rispondere alle critiche online. W la democrazia. Confesso che non mi sarei mai aspettato di utilizzare un ‘casus belli’ cinese per parlare del crescente potere dei consumatori sul web, ma la notizia mi sembrava un cappello introduttivo ideale per chiarire un concetto: oggi l’opinione dei vostri clienti potrebbe contare di più delle vostre strategie pubblicitarie. Con il diffondersi di blog e siti dediti allo shopping comparison le opinioni dei navigatori orientano sempre di più gli acquisti: chi di voi andrebbe a passare un romantico San Valentino in un hotel criticato da precedenti visitatori per atmosfere da mensa aziendale? Proprio qualche mese fa ho ricevuto da un mio cliente, gestore di una struttura turistica, l’incarico di ritrovare eventuali commenti negativi messi in linea da parte di una coppia di clienti imbufalita perché, per San Valentino, si era ritrovata coinvolta in una sorta di rendez-vous di un nutrito gruppo organizzato di ospiti che, naturalmente, aveva irrimediabilmente compromesso le loro aspettative romantiche. I commenti negativi c’erano eccome e, francamente, non c’era molto che si potesse fare se non sperare che, nel tempo, i commenti positivi sull’hotel riequilibrassero le critiche impietose mosse dalla tremenda coppia. Il mio cliente deve comunque aver frainteso il riferimento ai commenti positivi, tanto che qualche giorno dopo i vari siti che ospitavano le recensioni hanno pubblicato diverse ulteriori recensioni che lodavano l’hotel, guarda caso tirando in ballo proprio gli stessi argomenti riportati nel primo intervento. Morale: i navigatori non sono stupidi e sanno riconoscere un commento vero da uno falso che, peraltro, potrebbe avere l’effetto di amplificare le recensioni negative. Anzi, pare che in realtà una certa quantità di commenti non propriamente generosi possa contribuire a dare un tocco di ‘realtà’ a pagine dedicate a prodotti e servizi: a tutti gli effetti i navigatori si fidano solo di scambi di opinioni credibili. Ecco perché le situazioni idilliache insospettiscono. Un consiglio? Se le recensioni delle vostre attività e dei vostri prodotti sono “troppo belle per essere vere”, preoccupatevi di ottenere magari qualche critica costruttiva. Ma soprattutto è inutile spendere migliaia di euro in attività promozionali quando poi i consumatori vi criticano apertamente: su internet le bugie hanno le gambe ancora più corte che nel mondo reale. Mettere i navigatori al centro delle vostre strategie sembra la cosa migliore da fare.
Stando ad uno studio del Credite Suisse quest'anno i conti di Youtube volgeranno al rosso, profondo rosso. Secondo l'analisi la perdita prevista, che grava sulle spalle di Google, proprietario di Youtube, dovrebbe toccare i 470 milioni di dollari. Per alcuni la notizia potrebbe risultare piuttosto sorprendente, se consideriamo la notorietà assoluta di cui gode la più famosa piattaforma di condivisione di video al mondo. Il fatto è che il costo per tenere in piedi la baracca, in termini di banda e gigabyte di archivi necessari, è esorbitante, e il traffico generato non è in grado di ripagarsi con le revenue pubblicitarie. Come scrive Farhad Manjoo su Slate la banda non cresce sugli alberi e i pubblicitari non hanno molta voglia di vedere le proprie creatività pubblicate a fianco di video di qualità scadente o di dubbio gusto. Io porterei queste considerazioni alle estreme conseguenze: i pubblicitari non hanno voglia di investire i propri soldi in network privi di ogni controllo, con il rischio di vedere pubblicato il proprio costoso annuncio sulla pagina di un video in cui vengono mostrate le mutandine di qualche compiacente starlette di serie b. Oggi la pubblicità non si accontenta più di essere ospitata all'interno di contenitori altri, ma aspira a diventare contenuto essa stessa, concedendo poi, grazie ad una specie di moderno mecenatismo, spazio a contenuti compiacenti che non oscurino il brand o il prodotto reclamizzato. Non viviamo forse nel mondo in cui il prodotto tal dei tali ci presenta le previsioni del tempo in tv, o in cui le squadre di basket o i palazzetti dello sport cambiano il nome ogni anno a seconda dello sponsor che scuce i soldi?
Manjoo ci ricorda inoltre come la crisi di Youtube sia sorprendentemente simile a quella dei giornali: costi troppo elevati a fronte di incassi pubblicitari esigui. Ma la soluzione, la panacea per tutti i mali, non era la Rete? Naturalmente non sono a conoscenza delle situazioni economiche delle aziende che stanno dietro ai grandi social network che impazzano sempre più, ma a rigor di logica mi chiedo allora perchè Facebook non debba prima o poi incontrare le stesse problematiche: chi pagherà i costi sempre più esorbitanti per garantire che opinioni qualunque e contenuti privi di qualità possano restare in linea?
E' indubbiamente vero, Facebook e Youtube hanno cambiato il mondo, ma saranno abbastanza forti da essere in grado di passare dallo stato di 'next big thing' alla maturità? O scompariranno sotto i colpi dell'ennesimo sito rivoluzionario?
 Da qualche tempo sto seguendo con particolare attenzione quanto sta accadendo nel mondo della carta stampata: sono convinto che la crisi in cui si dibatte l'editoria , che riguarda tutti noi da vicino, sia un po' la cartina al tornasole per capire quale sarà il futuro dell'informazione in un mondo che cambia sempre più velocemente. In questo quadro la notizia della prossima chiusura dell'Ann Arbor News, quotidiano dell'omonima città del Michigan, pochi chilometri ad ovest di Detroit, costituisce un ulteriore tassello del mosaico. Il giornale, in realtà, non chiuderà del tutto i battenti, ma si trasferirà di fatto online: l'obiettivo, infatti, è quello di creare una vera e propria comunità che combini l'utilizzo delle nuove tecnologie e il legame dei cittadini alla propria realtà locale. Questa scelta arriva dopo inevitabili analisi economiche, ma anche in considerazione del fatto che il 92% dei cittadini di Ann Arbor possiede di fatto skill sufficienti a fruire di news online. La scommessa è chiara: legarsi ad una comunità locale molto radicata, diminuire i costi e mantenere gli introiti pubblicitari. Ma gli investitori come la penseranno? Saranno propensi a continuare ad investire anche sull'online o il giornale perderà inesorabilmente fatturato? Tutto questo non si tradurrà in una perdita di professionalità a livello editoriale e giornalistico? Confesso che, come molti di voi, non sapevo nulla di Ann Arbor e del suo quotidiano prima di scrivere questo articolo: ho letto la news su alcuni giornali americani e ho deciso di approfindire la cosa. Per questo ho iniziato dando un'occhiata al sito del giornale. La sorpresa consiste nel fatto che, oltre alle spiegazioni sulla decisione presa, non esistono altri tipi di contenuti disponibili. Non un articolo, un approfondimento, un trailer. Tabula rasa. Luglio è ancora lontano, ma una community non è una lampadina: l'impressione è che non basterà girare un interruttore sperando che tutto parta magicamente da zero. Una community si costruisce nel tempo, lentamente e non solo partendo da ragionamenti economici.
 Per la serie le sorprese non hanno mai fine, il decreto sulla sicurezza del governo Berlusconi continua a regalarci diverse occasioni di discussione. Dopo le ronde e la potenziale trasformazione dei medici in guardie del suolo italico, nel decreto spunta l'emedamento d'Alia che prevederebbe la chiusura di tutti quei siti che si rendessero protagonisti di apologie di reato o istituzioni a delinquere. In un mondo semplice questo emendamento potrebbe anche avere un senso, ma noi non viviamo in un mondo semplice e sul web le cose si complicano ulteriormente. In Italia stiamo processando Google per avere reso visibile e scaricabile un filmato del genere 'vessazioni scolastiche', in cui un disabile veniva malmenato, anche se l'azienda di Mountain View, messa al corrente della situazione, aveva immediatamente rimosso il filmato dai propri indici. Chi era il responsabile della situazione? Google, o l'autore del filmato? La RAI è responsabile del comportamento di tutti coloro che passano davanti alle sue telecamere? Certo, l'utilizzo planetario del web rende impossibile perseguire chiunque si renda responsabile di reati di questo tipo in maniera diretta, ma non crediamo che sia una soluzione percorribile quella di considerare provider o gestori responsabili in toto dei contenuti.
Il futuro dei giornali è uno tra gli argomenti più dibattuti negli ultimi tempi, soprattutto all'estero. Ho recentemente letto diversi contributi di professionisti dell'informazione che cercano di rispondere a un interrogativo che si fa sempre più stringente: quale sarà il ruolo della carta stampata nell'offerta informativa prossima ventura? Una cosa è certa: il modello di business tradizionale, quello che stava in piedi grazie alle copie vendute e alla vendita degli spazi pubblicitari, è sicuramente in grande crisi. Sono infatti nettamente diminuite le tirature e gli stessi spazi pubblicitari vengono venduti a cifre inferiori rispetto a quelle che si vedevano sui contratti fino a qualche anno fa. Un caso per tutti è quello del 'New York Times', quotidiano tra i più noti al mondo, che dopo i momenti di grande auge in cui era arrivata persino la costruzione di una nuova grande sede nella Grande Mela firmata Renzo Piano, deve oggi fronteggiare una grandissima crisi che mette in dubbio la stessa esistenza dell'azienda. Di fronte a questa crisi spietata alcuni hanno individuato nell'online la soluzione a tutti i mali, ma tra abbonamenti mensili e vendita di spazi pubblicitari online, internet non si è dimostrata in grado di compensare i cali di fatturato. Va infatti considerato che un utente web vale 10 volte meno di un lettore dell'edizione cartacea di un qualsiasi giornale. Si torna quindi a parlare di contributi pubblici erogati ai gruppi editoriali (contributi che in Italia esistono da sempre e che garantiscono la sopravvivenza dei giornali del Belpaese), ma le solide tradizioni liberiste americane fanno sì che siano molti quelli che preferiscono fallire piuttosto che rischiare, anche solo teoricamente, di diventare 'ricattabili' dal politico di turno. Probabilmente quindi, nei prossimi mesi, assisteremo agli ultimi rantoli di tante testate e alla ristrutturazione forzata di un intero settore che, giova ricordarlo, negli ultimi anni ha utilizzato una piccola percentuale di vera informazione per veicolare una grande quantità di spazzatura fatta di gadget promozionali, pubblicità, redazionali, paillettes e lustrini. C'è quindi anche chi è convinto che questa crisi servirà a rifocalizzarsi sull'informazione vera, magari con il doloroso ma imprescindibile taglio di redazioni elefantiache. Naturalmente solo il tempo ci dirà quali saranno i futuri sviluppi di questa situazione ma, nel frattempo, godiamoci l'accesso completamente gratuito al sito online del New York Times, finchè dura...
Non preoccupatevi, non si tratta della solita novità proveniente da qualche guru americano, né dell'ultima trovata di qualche pubblicitario: il content marketing è già tra noi e sta rivoluzionando il nostro modo di fare web
Che cos'è? Semplice: gestire contenuti di qualità sul web, tramite siti tradizionali, blog o altro.
Se anni fa l'attenzione per chi voleva generare traffico online doveva concentrarsi sull'ottimizzazione, oggi il focus si sposta quindi sui contenuti che, grazie ad un buon posizionamento e alle opportunità fornita dall'affiliation marketing, possono diventare, in alcuni casi, vere e proprie miniere d'oro!
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07/09/2010 @ 17.03.14
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